Acea Ato 5, il gestore idrico deve restituire 2,7 milioni agli utenti per la mancata depurazione


Da L’Inchiesta Quotidiano del 29 giugno 2021 (vai)

Rimborsi per la depurazione, Acea Ato 5 si tiene in tasca 2,7 milioni di euro che gli utenti non hanno richiesto indietro. Ma una decisione della Cassazione rischia di rovinare la festa (e i conti) alla società che gestisce il servizio idrico in provincia di Frosinone. La Procura indaga per peculato.

Secondo le indicazioni che nel 2014 ha dato il Commissario ad acta nominato dal Tar del Lazio, lo scorso 31 dicembre 2020 sarebbero scaduti i termini (5 anni) per reclamare il rimborso delle somme pagate per il servizio di depurazione da parte degli utenti che tale servizio non l’hanno mai ricevuto, poiché non allacciati alla fognatura o allacciati a fognatura che recapitava in un depuratore non funzionante.

In tutto, Acea Ato 5, a partire dal 2015, avrebbe dovuto restituire oltre 3,7 milioni di euro ad alcune decine di miglia di utenti. A fine 2020, ha restituito però appena un milione di euro. Il meccanismo di rimborso – stabilito dal Commissario ad acta -, infatti, non è automatico e ogni utente interessato avrebbe dovuto presentare apposita richiesta attraverso un modulo presente sul sito internet di Acea, risultato: lo hanno fatto in pochissimi e buona parte di quei soldi sono rimasti nelle casse di Acea.

Lo scorso 29 gennaio, però, la Suprema Corte di Cassazione ha stabilito che il diritto degli utenti a rivendicare quelle somme non si prescrive in 5 anni – come pure ha stabilito con i suoi provvedimenti il Commissario ad acta e come dice la varia normativa in materia – ma in 10 anni, in considerazione del fatto che non si tratta di un debito dell’utente verso l’ente gestore, ma di un debito dell’ente gestore verso l’utente per il rimborso di quanto indebitamente percepito nel corso degli anni e tale obbligazione non ha carattere periodico (il che ne implicherebbe la prescrizione più breve), perché l’ente gestore è tenuto a restituire le somme indebitamente percepite in un’unica soluzione, e non a rate. Pertanto – dice la Cassazione -, il diritto dell’utente alla ripetizione dell’indebito è soggetto alla prescrizione ordinaria decennale ai sensi dell’art. 2946 del Codice civile.

Quindi, le migliaia di utenti ciociari che non hanno ancora richiesto il rimborso del canone potrebbero farlo ancora e Acea Ato 5 dovrebbe rimettere sul piatto quei 2,7 milioni di euro residui. Ma nel frattempo, che fine hanno fatto quei soldi?

Cercarli nel bilancio 2020 è inutile. Primo, perché il documento contabile non ne parla direttamente (solo nella relazione degli amministratori si fa cenno al fatto che lo scorso anno sono state evase richieste di rimborso per appena 25.914,24 euro; che in totale – dal 2015 – sono stati rimborsati 1.001.580,06 euro e che “il termine per le richieste di rimborso è scaduto nel 2020”). Secondo, perché il bilancio 2020 è stato reso pubblico inspiegabilmente solo in modo parziale, (relazione amministratori e nota integrativa) senza le relazioni degli organi di controllo e vigilanza e non è dato sapere se qualcosa sindaci e revisori abbiano osservato anche su tale problematica.
Sta di fatto che, finora, l’unico a porre la questione nel corso di alcuni incontri formali è stato il solo presidente dell’Otuc (l’Organismo di tutela di consumatori e utenti) Angelo Terrinoni, che ha invitato i vertici di Acea Ato 5 a non distrarre quei milioni dalla finalità loro propria, poiché ancora dovuti ai cittadini. L’avranno ascoltato? O che fine hanno fatto quei soldi?

A dirla tutta, poi, quelle somme (cioè la quota di tariffa per la depurazione versata da utenti che dalla depurazione non sono serviti) non sarebbero mai dovute finire nelle casse Acea. Infatti, la normativa poi dichiarata incostituzionale prevedeva che tali proventi dovessero poi essere versati in un fondo vincolato a disposizione unicamente dell’Ente d’Ambito e finalizzato esclusivamente al potenziamento della rete e degli impianti di depurazione, proprio per fornirne anche chi ne era sprovvisto. Tale fondo però non è stato mai costituito e i soldi sono rimasti nelle tasche di Acea Ato 5. Di quanto denaro si parla? I conti non è riuscito, finora, a farli nessuno, perché i dati non vengono forniti e anche il commissario ad acta si lamenta di tale situazione nei suoi provvedimenti.

La vicenda è anche oggetto del procedimento penale giunto in fase di dibattimento davanti al Tribunale di Frosinone e che vede imputati, tra le altre cose, per peculato gli ex amministratori di Acea Ato 5 e gli ex vertici tecnici dello stesso Ente d’ambito Ato 5. La Procura sostiene, infatti, che tale illecita percezione di quote tariffarie non dovute per la depurazione sia proseguita anche dopo il 2008 (anno della sentenza della Corte Costituzionale) e fino al 2017. Senza che queste somme – quantificate dai pm in decine di milioni di euro – venissero mai riversate nel fondo vincolato (di fatto inesistente) arricchendo indebitamente i conti di Acea Ato 5.
Cesidio Vano

BOX

Rimborsi per la depurazione: una storia nata male e finita peggio.
Dopo la sentenza della Corte costituzionale, sarebbe spettato all’Ente d’ambito stabilire a quali utenti era dovuto il rimborso e come Acea Ato 5 avrebbe dovuto restituire quesi soldi (anche in automatico, subito ed eventualmente a rate).
Per garantire l’attuazione della sentenza, il Governo emana un decreto legge già nel 2008 e stabilisce che i rimborsi vanno erogati dal 1° gennaio 2009 e debbono essere pagati in tutto entro 5 anni (sic!). L’Ente d’ambito di Frosinone però resta inerte e lamenta che Acea non collabora nel fornire i dati necessari; Acea, da parte sua, replica di aver già dato tutte le informazioni utili all’Ato5. Un’impasse che non trova soluzione, tanto che l’associazione di consumatori Codici, dopo aver diffidato tutti a restituire il maltolto agli utenti, si rivolge al Tar del Lazio.
I giudici amministrativi accolgono il ricorso e, legge alla mano, rilevano che se l’Ato 5 resta inadempiente, tocca alla Regione Lazio procedere in via sostitutiva; qualora anche la Regione celiasse, spetterebbe al Ministero dell’Ambiente sostituirsi agli inadempienti. Risultato: non fa niente nessuno. Né l’Ato 5, né la Regione Lazio, né il Ministero. Ognuno scarica sull’altro l’onere del lavoro, tanto che Codici torna ad Tar. Questa volta i togati nominano un commissario ad acta, dichiarando l’inadempienza di tutti gli altri enti. Siamo attivati al 2013. Il commissario impiega altri mesi per venire a capo della situazione, lamentando scarsa collaborazione e dati non forniti da Gestore e Ato5. Mette insieme quello che riesce a mettere insieme e stabilisce come procedere per i rimborsi: non sono automatici, gli utenti debbono prima verificare tramite dei codici “anonimi” messi online se hanno diritto al rimborso e poi compilare e presentare la domanda. Lo fanno in pochissimi e quei soldi non tornano indietro. Almeno fino ad oggi.
CV

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