Acea Ato 5 e Consorzi, l’affare della depurazione a spese dei cittadini


Da L’Inchiesta Quotidiano del 10 novembre 2021 (vai)

di Cesidio Vano

L’aggravio dei costi per i cittadini trapela, nero su bianco, dalle carte del Collegio di conciliazione che si è occupato di mettere pace tra il Gestore del servizio idrico integrato e l’Ato 5 formato dai comuni della provincia di Frosinone, con una proposta di transazione tombale che chiudesse tutte le pendenze tra le due parti, per ora messa in stand by dai sindaci.

Negli ultimi tempi, come noto, la gestione della depurazione e del servizio idrico nelle aree industriali della Ciociaria e del Cassinate è assurta agli onori delle cronache per le inchieste giudiziarie e i procedimenti penali già in corso, con arresti, denunce e accuse di inquinamento ambientale. Ma c’è anche un altro aspetto, poco conosciuto, che è costato e sta costando milioni di euro in più ai poveri cittadini utenti.

Il mancato passaggio delle reti e degli impianti idrici e di depurazione delle aree industriali al gestore unico del servizio idrico integrato (SII) – passaggio esplicitamente previsto dalla normativa nazionale e dagli accordi di affidamento del servizio ad Acea Ato 5 – ha fatto sì che le bollette dei cittadini lievitassero notevolmente con ricadute pesantissime sugli utenti (finora nessuno è riuscito a calcolare quanto, ma gli zeri di quella cifra dovrebbero essere più di sei!).
Le utenze industriali, infatti, rappresentano un enorme volume di acqua erogata ogni anno, volumi che se portati nel bilancio di Acea avrebbero comportato un forte abbattimento del costo di ogni metro cubo d’acqua. La tariffa – dicendolo banalmente – rappresenta infatti il risultato di quel rapporto stimato tra costi da sostenere e metri cubi da erogare. Più acqua si distribuisce meno costa ai singoli utenti.

Se, come stabilito, Acea avesse avuto da subito la gestione anche delle industrie, la tariffa sarebbe quindi risultata molto meno onerosa per padri e madri di famiglia. Invece i grandi “consumatori” d’acqua – pesante, ad esempio, da un’industria che produce ghiaccioli (!) – sono rimasti nel portafoglio dei consorzi.

Ma quella delle reti e della depurazione industriale in Ciociaria è una vicenda iniziata male e finita anche peggio (vedi processi in corso). La legge Galli prima e il Testo unico ambientale poi prevedono che tali reti confluiscano nella gestione unica. La convenzione di affidamento ad Acea e il relativo disciplinare tecnico stabiliscono che questo passaggio dovesse avvenire entro alcuni mesi dall’appalto del servizio (2003). Ma nulla di tutto ciò è mai avvenuto. Infatti, cosa assurda, la Convenzione sottoscritta da Comuni e Acea prevede un obbligo a carico dei consorzi – previsto dalla legge – ma i consorzi non sono mai stati chiamati a sottoscrivere quel documento, quindi non hanno mai assunto alcun onere (Ma i consorzi non sono poi gli stessi comuni che hanno firmato la convenzione con Acea?).
La normativa nazionale, da parte sua, è rimasta “appesa”, poiché le modalità con cui i consorzi debbono far spazio al gestore unico è subordinata all’emissione di un apposito decreto ministeriale, che però, dopo 15 anni, non è stato mai approvato. Questo ha dato il destro ai consorzi per tirarsi indietro e crearsi una propria “Acea” fatta in casa (l’AeA spa) per gestire direttamente quei servizi con ricchi bilanci e soprattutto con ricchissimi emolumenti per gli stessi vertici dei consorzi che hanno avuto la fortuna di sedere nel Cda della piccola “Acea ciociara”.
Va detto anche che il Cosilam è nato un anno dopo l’affidamento del SII e quando i comuni avevano già stabilito che tale servizio dovesse passare ad Acea (!), ma gli stessi comuni – o meglio una parte interessata di essi -, pur sapendo di aver già stabilito differentemente, ha poi dato vita lo stesso al nuovo soggetto, partecipando alla spartizione delle vesti.

Ma la vicenda appare ancora più assurda per come si è sviluppata successivamente all’affidamento del SII. Infatti, benché il mancato passaggio, come detto, sia dipeso da una normativa tutta all’italiana, dal contraddittorio comportamento dei comuni e dal rifiuto dei consorzi a riconoscere alcun obbligo, i sindaci – che da una parte siedono direttamente o i direttamente nei Cda consortili e dall’altra nell’assemblea dell’Ato5 – hanno puntato il dito solo contro il gestore, applicando penali per non aver acquisito le reti industriali che loro stessi non hanno voluto cedere.

Quelle multe al gestore sono state sventolate sui giornali come sfoggio di muscoli contro Acea, ma la realtà è stata poi un’altra: è finita che buona parte delle penali milionarie sono state censurate dai giudici, tanto che le ultime (2014-2015, per circa 2,2 milioni di euro) sono state ritirate e negli anni successivi la questione non è stata più citata. I Tribunali, da parte loro del resto, hanno poi chiarito come nessuna colpa possa addebitarsi al gestore per come siano andate le cose. Quelli che pagano il conto sono, come al solito, solo i cittadini.

Alla fine della giostra, infatti, i ciociari si sono ritrovati a fare i conti con bollette molto più salate; con un ambiente, già malato, ulteriormente inquinato e con una depurazione “truffaldina”, se si vuol dar retta alle tesi della Procura (ma questo lo vedremo con l’esito dei processi), senza che nessun sindaco mai, finora, sia stato chiamato a rispondere – anche solo politicamente – di tutto ciò.

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