Regione Lazio. Zingaretti privato si racconta su Vanity Fair


Da La Provincia Quotidiano del 18 aprile 2018

di Cesidio Vano
Nicola Zingaretti come non s’era mai visto. Lo racconta, anzi, si racconta lui stesso, in un’intervista pubblicata da Vanity Fair, firmata dalla collega Silvia Nucini.
Parole che entrano nell’intimo del politico e della sua famiglia. Dalla svolta giovanile che lo ha fatto appassionare alla politica, alla situazione attuale del Pd, ai rapporti con la moglie Cristina, le figlie Flavia e Agnese, il fratello fin troppo famoso, Luca, e la sorella Angela.
E si scopre così che la passione per la politica inizia a metter radici nel giovane Zingaretti a 17 anni dopo la lettura di L’Agnese va a morire, il romanzo, forse autobiografico, di Renata Viganò che racconta, nell’Italia della Resistenza, di una lavandaia che dopo la morte del marito deportato, inizia a collaborare con i partigiani.
Dopo quel libro, come un’onda: «Sai quando cammini sul bagnasciuga, tu non te l’aspetti, lei arriva, e ti ritrovi tutto bagnato? Ecco per me la politica è stata una cosa così. Non l’ho mai scelta, mi ci sono trovato in mezzo, zuppo» racconta lo stesso governatore del Lazio, l’unico che è riuscito a essere rieletto dopo il primo mandato e che ha chiamato una delle sue figlie proprio Agnese.
Zingaretti non è un politico ‘intellettuale’ non ha la puzza sotto il naso di una certa sinistra salottiera e lo spiega lui stesso così: «Ho la sensazione che in Italia ci sia una classe dirigente talmente incapace di risolvere i problemi che ha dovuto cercare di esistere solo attraverso le narrative. C’è una politica che rispetto ai problemi cerca il capro espiatorio, ce n’è una che i problemi li racconta e li esalta, e invece io spero che il mio partito possa essere quello che i problemi li guarda e li risolve. Il grande assente di questa fase storica è chi ha le soluzioni e il progetto politico per attuarle».
Ma Zingaretti non si ritiene neanche l’anti-Renzi, come a molti piacerebbe dipingerlo: «Credo che chi parla male degli altri lo fa perché non ha niente da dire su se stesso. Io senza problemi ho votato sì al referendum, ho sostenuto tante scelte, a prescindere che le proponesse Renzi o meno. Io con Renzi ho avuto sempre un rapporto sereno perché franco. Di solito ci parliamo dopo le sconfitte. Di quella del referendum forse non lo abbiamo fatto abbastanza: in quel no c’era un grido d’allarme che non siamo riusciti a raccogliere».
Del futuro del Partito democratico dice: «Non penso che la situazione sia drammatica, come dimostra il voto del Lazio. Sento però l’esigenza di un nuovo movimento democratico che rompa gli schemi, metta in campo un nuovo rapporto con i giovani. O noi facciamo un grande investimento sul capitale umano dei giovani o l’Italia – tutta, non solo quella di sinistra – non ce la fa. La mia vittoria ci dice che la partita è apertissima. E non dobbiamo sempre buttare la palla in tribuna dicendo “dipende”».
La lunga e interessante intervista è online sul sito http://www.vanityfair.it.

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