Storia delle riforme costituzionali in Italia


Da La Provincia Quotidiano del 2 dicembre 2016

di Cesidio Vano
Sono stati numerosi, nella storia parlamentare italiana, i tentativi, più o meno fortunati, di modificare la Carta costituzionale. E la cosiddetta riforma Renzi-Boschi, a ben vedere, è parente stretta di quelle proposte, mai giunte compiutamente a frutto, se non per la modifica del Titolo V della Costituzione approvato dal primo referendum costituzionale della storia repubblicana nel 2001. 

1982 – i Comitati di studio
La storia dei tentativi di riscrittura della Costituzione repubblicana può partire nel 1982, quando i presidenti di Camera e Senato concordarono di invitare le Commissioni Affari costituzionali dei due rami del Parlamento a procedere alla costituzione, ciascuna nel proprio seno, di un “Comitato ristretto” composto da un rappresentante per ciascun gruppo parlamentare. Tale comitato aveva l’incarico di fornire un inventario ragionato: delle proposte già all’esame delle Camere in materia istituzionale; di eventuali altri punti degni di considerazione; di eventuali suggerimenti in ordine a modifiche regolamentari. Il compito fu solo quello di riferire ai presidenti della Camere. Le proposte arrivano e furono articolate ma restano lì.

1983 – Commissione Bozzi (I Bicamerale)
E’, invece, l’anno successivo, nel 1983, che si inizia a fare sul serio: con la cosiddetta Commissione Bozzi istituita a seguito di due mozioni parlamentari (una della Camera e una del Senato). La commissione ha il compito di preparare le riforme costituzionali. E’ la prima Bicamerale.

Non ci sarà alla fine un progetto unitario ma le idee e gli spunti offerti saranno materia a cui si ispireranno i successivi organismi chiamati ad occuparsi delle riforme. Tra l’altro, la Commissione Bozzi mette sul tavolo anche proposte di modifica al primo Titolo della Carta, in materia di tutela della salute e dell’ambiente. Oltre, ovviamente, al sempre annunciato taglio del numero dei parlamentari. Tante idee che sono raccolte in ben tre volumi di atti parlamentari.

1988 – Il dibattito di maggio
Nel 1988 i presidenti di Camera e Senato invitano le Conferenze dei presidenti dei gruppi parlamentari ad avviare contemporaneamente un dibattito generale sulle questioni istituzionali.

In 5 sedute, svoltesi nel mese di maggio, si fissano le priorità da affrontare: dalla riforma del Parlamento; alla riforma delle autonomie locali; alla riforma dell’ordinamento della Presidenza del Consiglio, ecc. ecc. Ma le priorità… restano priorità e nulla più.

1993 – Commissione De Mita-Iotti (II Bicamerale)
Nel 1993, con Tangentopoli che sta lì per segnare una svolta nella vita della Repubblica, Camera e Senato danno vita alla seconda Bicamerale chiamata anche Commissione De Mita, poi De Mita-Iotti. Il mandato, con tanto di legge costituzionale, è quello di rivedere la parte seconda della Costituzione. A eccezione degli articoli 138 e 139 della Carta, si poteva cambiare tutto.

La Commissione giunge ad un testo unitario (poi mai approvato) che cambia la forma di Stato.

Sono gli anni della Lega in ascesa e del federalismo reclamato a gran voce: la nuova carta doveva indicare chiaramente quali sarebbero le competenze esclusive dello Stato, il resto sarebbe andato alle Regioni. Un sistema che poi ispirerà la riforma del 2001. Si prevedeva l’elezione del presidente del consiglio da parte del Parlamento e in mancanza d’accordo da parte del Presidente della Repubblica. La fiducia era data solo al premier che quindi nominava e rimuoveva a piacimento i ministri.

C’era la sfiducia costruttiva, su modello tedesco: il parlamento poteva sfiduciare il governo solo se aveva un candidato pronto a sostituirlo. Non se ne fece nulla.

1994 – Comitato Speroni
Nel 1994 Forza Italia vince le elezioni, muore la Prima repubblica e Silvio Berlusconi è a capo del governo. Per la prima volta, la spinta di riforma istituzionale non parte dalle Camere ma dall’esecutivo. Lo stesso Premier dà vita al cosiddetto Comitato Speroni (dal nome del ministro delle Riforme). Tornano le idee già avanzate dalla bicamerale De Mita-Iotti ma c’è una nuova impostazione su quello che dovrà essere la forma di governo. Due le strade indicate: elezione diretta del presidente del Consiglio, pur in permanenza di un Capo dello Stato eletto dal Parlamento con poteri di controllo ma che avrebbe dovuto fare i conti con la forza del consenso popolare di legittimazione del capo del governo; oppure, un Presidente della Repubblica eletto direttamente dal popolo che avrebbe poi nominato il presidente del Consiglio, il quale doveva avere una doppia fiducia: parlamentare e presidenziale.

Ma anche il Parlamento deve cambiare: il Senato sarebbe diventato delle autonomie, ma la composizione sarebbe stata di membri eletti da e tra i componenti dei consigli regionali, i sindaci e i consiglieri provinciali.

Oppure (perché c’è la proposta alternativa) un Senato nominato dai governi regionali (come nel Bundesrat tedesco). Non se ne farà nulla, anche perché la Lega fece cadere il governo.

1997 – Commissione D’Alema (III Bicamerale)
Nel 1997, è la volta della cosiddetta Commissione D’Alema, guidata da Massimo D’Alema con la Benedizione di Berlusconi. E’ la terza Bicamerale che, con legge costituzionale, può operare in deroga al procedimento di approvazione dell’articolo 138 della Costituzione, è obbligatorio, però, il referendum confermativo.
A termine dei lavori il testo proposto dalla Commissione prevede l’elezione diretta del Presidente della Repubblica a cui sarebbe spettato nominare il primo ministro in base al risultato elettorale della Camera dei Deputati (la fiducia sarebbe stata presunta). In quanto alle modifiche alla forma di Stato, si prevedeva quello che poi è stato trasfuso nel nuovo testo del Titolo V della Costituzione del 2001.

La proposta formulata dalla terza Bicamerale giunge all’esame del parlamento nel 1998, ma la situazione politica è ormai logora e i contrasti tra i partiti affossano il dialogo: Berlusconi cambia idea e chiede il cancellierato e il sistema proporzionale. D’Alema comunica alla Camera il venire meno delle condizioni politiche per la prosecuzione della discussione.

1999 – Riforma del titolo V (approvata nel 2001)
A marzo 1999, però, Massimo D’Alema è presidente del Consiglio dei Ministri e presenta al Parlamento una proposta di legge costituzionale del Titolo V che ricalca gli esiti dei lavori della Commissione bicamerale da lui presieduta e del dibattito che ne era scaturito. Quella proposta sarà approvata nel giro di due anni e, sottoposta a referendum confermativo nel 2001, diventerà il testo, ancor oggi vigente, del Titolo V.

2005 – Riforma Berlusconi
Nel 2005, Berlusconi è di nuovo al governo e rilancia l’idea di una riforma costituzionale federale e presidenziale: un Senato federale con elezione diretta su base regionale. Solo 252 senatori che sarebbero stati votati contestualmente ai consiglieri regionali. La forma di governo sarebbe stata presidenziale. Sarebbe rimasta l’elezione indiretta, tramite l’Assemblea della Repubblica. La proposta di Berlusconi passò a maggioranza in parlamento ma venne bocciata dal referendum confermativo del 2006.

2006-2010 – Violante e Letta
In questi ultimi 10 anni c’è stata poi la Commissione Violante (elezione indiretta del Senato da parte dei consigli regionali) e la proposta Letta, che voleva istituire un comitato parlamentare (20 senatori e 20 deputati) per la modifica della Parte II della Costituzione, della legge elettorale e di un diverso metodo di approvazione della stessa.

2013 – Commissione dei saggi
Nel 2013, l’iniziativa è del capo dello Stato che nomina una commissione di saggi incaricati di redigere una proposta di riforma da sottoporre – secondo le intenzioni – ad un’assemblea costituente. A fine 2013, la vittoria di Renzi alle primarie del Pd e la fuoriuscita di Forza Italia dalla maggioranza affossano tutto.

2014 – Riforma Renzi-Boschi
L’anno dopo, e siamo al 2014, Renzi viene chiamato da Napolitano a guidare il governo e inizia l’iter per la riforma cosiddetta Renzi-Boschi approvata dal parlamento e per la conferma della quale i cittadini andranno al voto domenica 4 dicembre.

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