Valle di Comino, il ‘bluff’ della differenziata. Ricavi zero e Tari alle stelle


Da La Provincia Quotidiano del 6 dicembre 2016

di Cesidio Vano
Dovevano diminuire le tariffe ma non è stato affatto così.
La raccolta differenziata in Valle di Comino ha generato l’ennesimo aumento indiscriminato delle bollette. Aumento prossimo, in alcuni casi, al 100%.
Chi, cinque anni fa (il porta a porta è stato avviato a luglio 2011), presentando il servizio aveva paventato risparmi tali da poter fare con quei soldi ben altre cose, dovrebbe oggi fare pubblica ammenda.

Nessun risparmio
Nei cinque comuni (Alvito, San Donato, Vicalvi, Settefrati e Gallinaro) dell’Unione “Valle di Comino” di risparmi non se ne sono visti, anzi, le spese sono notevolmente aumentate e peggio sarà nei prossimi anni. Anche se è difficile fare un discorso unico visto che la situzione è diversa da Comune e Comune.

Cinque comuni, cinque tariffe
Infatti – prima anomalia -, benché il servizio di raccolta differenziata porta a porta sia gestito dall’Unione, non esiste una tariffa unica per tutti i Comuni ma ogni municipio delibera un proprio piano finanziario, propri parametri pur nel quadro normativo generale e quindi una propria aliquota per la Ta.ri. (Tassa rifiuti). E ogni Comune nel piano finanziario mette ciò che più ritiene conveniente. Accade allora che in alcuni casi la tassa resti costante, in altri accenni a calare, in altri ancora punti al raddoppio.
Ad ogni modo all’Unione il servizio, per circa 8.000 persone, costa nel totale tra gli 800-900 mila euro all’anno che vanno coperti con la Ta.ri.

L’unione… non fa la forza
La gestione – ulteriore anomalia -, che sulla carta risulta centralizzata nell’Unione, nei fatti è frammentata su ogni territorio comunale (singoli operai, singoli mezzi, ecc.) con il risultato che non tutti i municipi si impegnano allo stesso modo: se il più virtuoso è Vicalvi con quasi il 55% di differenziata, Alvito e San Donato si fermano al 50%, mentre Gallinaro e Settefrati annaspano attorno al 20%.

Personale on-demand
Con questo metodo ‘dell’unione disunita’, però, i sindaci riescono a non rinunciare alla loro piccola potestà sul servizio, a partire dalla possibilità di ‘gestire’ il personale. Infatti, al di là delle unità lavorative in organico, comandate dai municipi all’Unione, il grosso della manodopera è preso tramite agenzia interinale con una spesa di circa 250.000 euro all’anno, generalmente con appalti semestrali banditi dall’unione. E sono qui che intervengono i sindaci nell’indicare quali lavoratori far iscrivere all’agenzia che poi vengono puntualmente spediti nel servizio. Si coltivano così – come si è sempre fatto con le cooperative sociali in altri settori – piccole clientele politiche ed elettorali: sei mesi di lavoro gestiti dal politico di turno.

Costa troppo ma fa niente
In passato la stessa Unione aveva deliberato di abolire tale acquisto di manodopera (ed affidare l’intero servizio in appalto), poiché riconosciuto eccessivamente oneroso, le delibere al riguardo, però, sono state annullate con la tornata elettorale per le comunali. Ed è chiaro anche perché.
Se la nuova normativa sulla Ta.ri., poi, ha contribuito all’aumento della tariffa (la regolamentazione sulla tassa dei rifiuti è praticamente cambiata ogni anno dal 2012 in poi) alcune scelte della gestione fatta dall’Unione – oltre a quanto già detto – hanno fatto il resto.

Carta, vetro e plastica regalati
Dal materiale riciclato (carta, vetro e plastica) l’Unione e quindi i Comuni non guadagnano nulla: cedono le materie prime differenziate al privato che se lo ‘smaltisce’ rivendendosele. Anzi, fino a qualche anno fa, i Comuni pagavano il privato affinché si prendesse le materie da rivendersi (sic!).
L’indifferenziato viene conferito all’impianto Saf di Colfelice e pagato a tonnellata con le nuove tariffe appena aumentate dalla regione Lazio, mentre l’umido – quello da compostare – viene conferito dall’Unione sempre alla Saf ma tramite una società privata che viene pagata per ogni viaggio di trasporto 250 euro oltre Iva.

Solo spese, nessun incasso 
Per i Comuni, dunque, solo spese e nessun incasso, una scelta voluta in alcuni casi per “far girare l’economia locale” come ci ha detto qualche sindaco, intendendo che con i soldi dati al privato si creano altre occasioni di lavoro sul territorio.
E caso mai – aggiungiamo noi – si raccatta qualche altro voto.

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