Acqua. Ecco chi e perché ha voluto che i 75 milioni finissero nelle bollette Acea


Da La Provincia Quotidiano del 14 maggio 2016

di Cesidio Vano
«E’ vero, c’era una proposta della Sto e dell’Acea per chiudere la vicenda dei 75 milioni di euro di conguaglio con un accordo che avrebbe compensato le somme pretese dal gestore idrico e quelle vantate dell’Ato5 per i canoni di concessione non pagati. Ma non avemmo la forza di approvarla»: a parlare è Giuseppe Patrizi, commissario straordinario della provincia di Frosinone fino ad ottobre 2014, che presiedeva l’Ambito territoriale quando fu esaminata la possibilità di chiudere tutti i contenziosi con il gestore idrico Acea Ato5 spa senza far finire in bolletta il maxiconguaglio e quindi senza far cacciare agli utenti un centesimo in più rispetto alla normale tariffa.

«Oggi ammetto che sono rammaricato per non aver fatto quella scelta. Ma, all’epoca, non la potevamo fare, perché la gente non avrebbe capito. Quanto il Commissario ad acta stabilì che c’erano 75 milioni di euro da dare ad Acea, c’era una soluzione per non gravare sulle tasche dei cittadini: spalmare quei soldi per tutti gli anni di durata della convenzione (fino al 2032) e pagare una rata variabile ogni anno con le economie sul canone di concessione».

Qui proviamo a spiegare noi: l’Acea paga ogni anno un canone all’Ato5 che serve per saldare i mutui contratti dai comuni per realizzare fogne, acquedotti e depuratori. Tale somma è costante per la durata della concessione ma i mutui man mano si estinguono, quindi ci sono somme che restano a disposizione di Ato e comuni con le quali si poteva pagare man mano il debito.

«Però – dice Patrizi -, con i sindaci della Consulta non ce la sentimmo di intraprendere questa strada. I cittadini, i comitati ed anche molti sindaci non capirono. Per loro non si doveva riconoscere nulla ad Acea, bisognava fare ricorso perché Acea aveva torto di sicuro e perché era inadempiente. Si continuava a dire che bisognava risolvere il contratto, altro che compensazione. E facemmo ricorso, benché Acea era disposta ad un accordo che chiudesse tutte le pendenze».

Con il senno di poi, si può dire che trovare un’intesa sarebbe stato un bene per tutti. Invece…

All’epoca nella Consulta sedevano i sindaci di: Frosinone (Nicola Ottaviani – membro di diritto); San Giorgio a Liri (Modesto Della Rosa); San Donato (Antonello Antonellis); Rocca d’Arce (Rocco Pantanella); Cassino (Giuseppe Golini Petrarcone); Alatri (Giuseppe Morini); Sora (Ernesto Tersigni) e Sgurgola (Antonio Corsi). E dissero di no.

Le parole di Patrizi, inoltre, permettono oggi di cogliere una realtà che diverse volte abbiamo cercato di rappresentare su queste colonne: nella complessa vicenda del servizio idrico in Ciociaria non sempre si è scelta la strada migliore e che maggiormente tutelasse i cittadini, ma si è più spesso preferito andare alla guerra santa contro Acea perché – si è reputato finora – è politicamente ed elettoralmente più redditizia. Su tali scelte, molte volte, ha pesato notevolmente il pressing fatto dai comitati per l’acqua pubblica, dai sit-in, dal tifo da stadio a cui si è assistito durante le sedute delle Conferenze dei sindaci.

Fare l’accordo con Acea avrebbe voluto dire rinunciare a tutte le cause; inoltre, in base ai calcoli della segreteria tecnica, i 75 milioni di conguaglio sarebbero stati ridotti a 69 ed a questi sarebbero stati sottratti i circa 24 milioni che Acea doveva per i canoni di concessione non pagati. Sarebbero rimasti circa 45 milioni di euro, i quali sarebbero stati ‘ammortizzati’ in 19 anni con le somme in più derivanti dagli stessi canoni, oltre ai 10,7 milioni della transazione del 2007 che pure si debbo pagare. Ai cittadini sarebbe costato zero.

La Consulta dei sindaci dell’epoca, però, disse ‘no’ ad ogni ipotesi d’accordo anche perché non voleva rinunciare a quelle somme in più; non voleva compensare con debiti i crediti vantati verso Acea, ovvero i soldi dei canoni, che invece i sindaci avevano iscritto in bilancio e che, se non fossero più arrivati, avrebbero potuto creare qualche difficoltà. La soluzione – e l’abbiamo scritto più volte su queste pagine – alla fine fu quella di far pagare direttamente ai cittadini, tramite le bollette, i 75 milioni (pieni) riconosciuti ad Acea per farsi poi riversare dallo stesso gestore i canoni arretrati.

Acea esattore dei Comuni e tanto rancore popolare in più, da cavalcare ad ogni campagna elettorale.

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