Acqua. Ma insomma: qual è il piano B, dopo aver cacciato Acea?


Da La Provincia Quotidiano del 17 febbraio 2016

di Cesidio Vano
Su cosa fare, una volta risolto il contratto con Acea Ato5 spa, le idee più chiare ha dimostrato, al momento, di averle Mario Antonellis, portavoce dei comitati per l’acqua pubblica. Ieri, infatti, abbiamo provato a chiedere ad alcuni dei principali sostenitori dell’istanza di risoluzione della convenzione di gestione del servizio idrico integrato in atto con Acea – che sarà discussa domani dall’assemblea dell’Ato – cosa abbiano in mente per il futuro, una volta che l’operazione finalizzata a mandare via la spa sia giunta a successo. Insomma: qual è il ‘piano b’?
Volevamo chiederlo al presidente dell’Ato5, Antonio Pompeo, ma non siamo riusciti a rintracciarlo. Il suo telefonino è risultato non raggiungibile per tutto il pomeriggio e fino a sera. Senza successo nemmeno il tentativo di contattare qualcuno della sua segreteria. Siamo riusciti invece a parlare con l’ufficio stampa della Provincia che ha preso l’impegno di rintracciare il presidente e spiegargli la nostra richiesta. Non è seguita risposta. Restiamo, ad ogni modo, a disposizione, qualora Pompeo voglia farci sapere cosa pensa si debba fare una volta ‘stracciato’ il contratto con Acea per garantire che il servizio venga svolto in modo ottimale e a costi – se non più bassi – almeno uguali.
Siamo stati più fortunati con il primo cittadino di Frosinone, Nicola Ottaviani, che si è preso un’ora di tempo per riordinare le idee e – dopo una prima telefonata in cui gli avevamo chiesto quale fosse il suo ‘piano b’ – ci ha correttamente ricontatato per dire la propria.
Ottaviani per il momento punta tutto sulla risoluzione del contratto perché «già abbiamo smosso un ginepraio per arrivare a questo risultato, se ci mettiamo a parlare di cosa sarà il dopo rischiamo di danneggiare il lavoro fatto. Facciamo un passo alla volta». Però Ottaviani non si sottrae: «Fino al subentro del nuovo soggetto resterà Acea. Nessun Comune è in grado di riprendere la gestione diretta. Credo che sia difficile – ma la cosa va studiata – che i comuni possano fare una società in house o un consorzio, per un motivo molto semplice: le nuove regole di finanza imporrebbero che gli enti mettessero subito in bilancio i soldi necessari: e dove andrebbero a prenderli, visto che ci sono difficoltà anche a gestire i servizi attuali?». Ottaviani ci lascia con questa riflessione e comunque con la certezza che, mentre tutto ciò avvenga, a livello nazionale e regionale le regole che ordinano la materia potrebbero cambiare da un momento all’altro, oltre al fatto che Acea certamente impugnerà i provvedimenti che risolvessero il contratto. L’unica strada che in questo scenario resterebbe percorribile – ma Ottaviani non la affronta – è quella del nuovo appalto per affidare ad un’altra società (che potrebbe essere anche la stessa Acea) la gestione del servizio. Insomma, non si farebbe poi molta strada. Su una un’altra cosa Ottaviani ha certezze: «Chiunque subentrerà nel servizio, dovrà comunque riconoscere le somme dovute ad Acea per le reti, gli investimenti, i conguagli e le altre voci del caso. Un punto di partenza di certo non favorevole».
Chi invece uno ‘piano b’ lo ha già chiaro, messo nero su bianco, è il portavoce dei comitati per l’acqua pubblica, Mario Antonellis, che spiega: «La strategia è semplicissima. Ma nessuno se ne sta occupando in questo momento tranne noi: i comuni fino a 1000 abitanti potranno sganciarsi dall’Ambito e tornare alla gestione diretta come dice la legge e come ha già fatto San Biagio Saracinisco e come voglio fare Settefrati e Vicalvi; gli altri comuni dovranno dare vita ad una società in house, strada che resta praticabile, a patto di fornire determinate motivazioni, grazie all’esito referendario». E per i capitali da investire? Dove prenderanno le risorse i comuni? «Anzitutto c’è Acea che dovrà restituire molte somme, comunque, con una gestione come quella detta, il servizio può essere garantito in modo eccellente con una tariffa che è metà di quella attuale». Va bene, sui capitali restiamo un po’ confusi, ma c’è anche un altro dubbio: è ancora possibile per i comuni fino a 1.000 abitanti gestire in proprio il servizio idrico? Antonellis ammette che la normativa è cambiata «ma le disposizioni di legge non sono chiare e l’orientamento è divergente». E, infatti, la norma che prevedeva la possibilità, per i comuni fino a 1.000 abitanti, di mantenere la gestione diretta è stata abolita a fine 2009. Con il decreto ‘Sblocca Italia’, invece, è stato consentito di mantenere le gestioni dirette ai soli comuni, sotto i mille abitanti e classificati montani, che non avessero già aderito agli ambiti ottimali, per tutti gli altri – a prescindere dalla popolazione – è ora obbligatoria la gestione tramite Ato, a pena di commissariamento.

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